La llorona: legenda di fama mondiale

Lorenzo Di Salvio

Tempo di lettura: 6 minuti

La presenza di esseri spettrali che piangono nei fiumi, per vari motivi, è una caratteristica ricorrente della mitologia aborigena dei popoli preispanici. Così, si possono trovare caratteristiche di questi spettri in diverse delle culture precolombiane che alla fine, con l’arrivo dei conquistatori spagnoli, hanno assunto lineamenti comuni grazie alla espansione del dominio ispanico sul continente. La leggenda è una storia che ha riferimenti mitici nell’universo preispanico, ma stabilisce la sua drammaticità nell’immaginario e angosciante ordine coloniale.
La creazione e l’influenza del mito della Llorona tra i popoli ispanici ha anche elementi di altre mitologie proprie di culture aborigene precolombiane diverse dalle civiltà mesoamericane.
In Messico, diversi ricercatori stimano che la Llorona, come altri personaggi della mitologia e leggende messicane, abbia la sua origine in alcuni esseri o divinità preispaniche come Auicanime tra i p’urhépecha, Xonaxi Queculla tra gli zapotechi, Cihuacoatl tra i nahua e Xtabay tra i lacandòn. Sempre identificata con l’aldilà, la fame, la morte, il peccato e la lussuria.
Nel caso di Xtabay (o Xtabal), questa dea lacandona è identificata come uno spirito maligno nella forma di una bella donna la cui parte posteriore è a forma di albero cavo. Inducendo gli uomini a intrattenerla, li fa impazzire e li uccide. La dea zapoteca Xonaxi Queculla, è una divinità della morte, dell’aldilà e della lussuria che compare, in alcune rappresentazioni, con le braccia scarne. Attraente a prima vista, appare agli uomini li fa innamorare e li seduce per poi trasformarli in scheletri, prendendo lo spirito delle vittime per portarlo agli inferi. Auicanime era considerata, tra i p’urhépecha come la dea della fame (il suo nome può essere tradotto come assetato o necessità). Era anche la dea delle donne morte al loro primo parto, che, secondo la credenza, erano diventate guerriere, cosa che le rendeva delle divinità e, pertanto, oggetto di culto e di offerte.
Infine, Cihuacoatl era, per i messicani, la dea della terra (Coatlicue), della fertilità e del parto (Quilaztli) oltre che donna guerriera (Yaocihuatl) e madre (Tonantzin), sia degli Aztechi sia dei propri dei. Metà donna e metà serpente, la dea emergeva, secondo la leggenda, dalle acque del lago Texcoco, a piangere i suoi figli (per gli aztechi) e come segnale precursore della devastazione della cultura messicana da parte dei conquistatori venuti del mare. Cihuacoatl in particolare mostra tre caratteristiche: le urla, il pianto e la notte; la presenza di acqua[5] perché entrambe Aztlán come la grande Tenochtitlánerano circondate da essa, ed è per quello che entrambi i siti erano collegati, non solo fisicamente, ma anche nel mito; di essere la patrona delle civatateo, che di notte urlavano nell’aria. Queste erano le donne morte di parto, che arrivavano in terra in certi giorni a loro dedicati sul calendario, per spaventare la gente all’incrocio delle strade e che erano fatali per i bambini. Questa abbondanza di dee connesse ai culti fallici e alla vita sessuale fu la genesi non solo della Llorona, ma anche di altri fantasmi femminili che puniscono gli uomini, come ad esempio Siguanaba, Cegua o Sucia.
Alla presenza di queste storie mitologiche nelle popolazioni precolombiane della Mesoamerica si unisce il contributo spagnolo per creare il mito in quanto tale. È nel periodo di colonizzazione spagnola delle Americhe, che il mito della Llorona prende forma. Dea o demone, secondo i casi, nessuno nella psiche del mondo coloniale poteva resistere al suo aspetto né alle sue lacrime dopo la morte, tanto che anche i conquistatori stabilirono, nella Valle del Messico, il coprifuoco alle undici di sera, dopo che incominciarono a farsi sentire terrificanti grida di una donna spettrale per le vie di Città del Messico. La sua visione portava alla morte o alla follia (in modo simile a quello delle divinità pre-ispaniche di cui sopra) coloro che cercavano di scoprire l’origine di quel gemito lamentoso. Per i coloni, la dea prendeva la forma di una donna galleggiante in abito bianco, il viso coperto da un velo (che copriva il volto terrificante di angoscia), che attraversa le strade e le piazze acciottolate della città gettando un grido di disperazione e di sconfitta. La Llorona è anche uno dei primi segni di mescolanza razziale, perché è durante questo periodo che viene identificato, in Messico, questo personaggio spettrale, con Dona Marina, la Malinche, che torna pentita a piangere la sua sventura, il tradimento della sua gente indigena e la sua relazione con Hernán Cortés come parte della leggenda nera di questi personaggi. Da qui sembrano venire molte versioni che puntano alla Llorona come protagonista di una tragica storia di amore e tradimento tra le donne indigene (o meticce o creole) e il loro amante spagnolo, che alla fine porta all’infanticidio come manifestazione del desiderio di punire l’uomo amante, in alcune versioni, o il padre della donna, in altre, utilizzando il bambino come strumento di vendetta per essere stato fonte del disonore, ma anche, in qualche modo, per punire se stessa per la propria debolezza.
In America centrale, fra i Bribri, popoli indigeni che occupano la regione di Talamanca, al confine tra Costa Rica e Panama (zona di influenza della zona intermedia tra Mesoamerica e le culture del Sud America), ci sono storie di spiriti ancestrali chiamati “itsö”, una specie di geni dall’aspetto di donna e il corpo di gallina, che abitano nelle grotte e nei letti dei fiumi e gridano lamentosi quando un bambino sta per morire, o si perdono i bambini nei boschi quando sono lontani dai loro genitori.
Nel linguaggio Bribri, la parola “itsö” significa sia “Llorona” sia “Tulevieja”. Da qui le somiglianze tra le leggende che si raccontano in Costa Rica e Panamá per questi due fantasmi (fondamentalmente una donna che uccide il suo bambino – frutto di una gravidanza indesiderata – e quindi è condannata a vagare come un fantasma). Nell’essere una zona di transizione tra il Sud e Centro America, nelle versioni della leggenda della Llorona in questa parte del Centro America si iniziano a vedere alcune caratteristiche che la differenziano dalla versione messicana.
La llorona in Costa Rica è piuttosto associata alle montagne scure e aggroviglianti, alle profondità dei canyon, alle piogge, ai forti venti, ai fiumi e alle cascate, e pertanto ha un forte legame con le forze della natura e la vita rurale, in modo che il fantasma può essere visto solo (spesso solo sentito il suo grido), vicino a elementi idrici quali fiumi, laghi e cascate, di solito nei villaggi scarsamente popolati, quindi è un fantasma più associato ai campi.
La sua funzione di castigo sembra anche un po’ più contenuta rispetto alla versione messicana (anche se sempre presente, come in alcune versioni della Tulevieja o Tepesa) e lo spettro si limita a spaventare con le sue lacrime, piuttosto che uccidere, anche se menziona un altro aspetto forse ancora più spaventoso: il rapimento dei bambini, che può essere visto in varianti della storia della Tulevieja in Costa Rica e Panamá, le leggende di elfi in Costa Rica e in alcune versioni della leggenda della Llorona in Colombia.
In Sud America, vi sono alcune leggende precolombiane che sono state associate alla Llorona messicana, una volta stabilito il dominio spagnolo sul continente, ma non hanno un’origine comune, anche se ci sono aspetti molto simili.
Si possono trovare tracce simili nella leggenda dell’Ayaymama della mitologia amazzonica peruviana e le leggende guarani, Guaymí Ita, Urutau o Guemi-cue. Fra queste leggende spicca la storia Pucullén (dal mapudungun külleñu (lacrime) e pu: prefisso plurale), appartenenti al folklore cileno. Mentre la Llorona mesoamericana è punita per aver ucciso i propri figli, quelli della Pucullén sono stati rapiti e uccisi da terzi, rendendo questa una vittima innocente del male. Relazionata anche alla morte, come la Llorona mesoamericana, la Pucullén è, più che un demone punitore, una guida per quelli che moriranno, proteggendo il loro cammino verso l’al di là.

(Fonti: CreativeCommons)

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